Metal.it: recensione di Uranus and Gaia


Dopo anni di onorata carriera all’ombra, se così si può dire, delle band di cui fa parte (Fire Trails per dirne una), Steve Angarthal ha finalmente trovato il tempo e l’energia per comporre il suo primo album da solista. Il polistrumentista si è occupato praticamente di ogni cosa (escludendo batteria, mastering e qualche ospitata è tutta farina del suo sacco) per produrre questo “Uranus and Gaia“, un album di hard rock melodico dalle tinte moderatamente sinfoniche (penso, a grandi linee, ai Brazen Abbot di Nikolo Kotzev) che non ha paura di volgere lo sguardo anche verso altri orizzonti musicali.

Nel full-length si può sentire un po’ tutto quello che gravità intorno al genere sopraccitato, dagli omaggi più “sinceri” ai Dio (“Unbroken”) e ai Maiden (“A Lie”) agli strumentali a cavallo tra Rising Force e Joe Satriani (“Leviathan Rising”, “Miles In The Desert”, “Wielders Of Magic”), dalle cavalcate epico-sinfoniche di scuola Nostradamus (“Sailing At The End Of The World”) ai mid-tempo dalle venature prog (“Uranus And Gaia”). Qualcosa di non convincente al 100% c’è (penso a “The Abyss Of Death”, un po’ Crimson Glory ma poco ispirata o a “After The Rain”, un’occasione persa considerando l’introduzione, davvero interessante, a metà strada tra musica elettronica e musica sinfonica) ma una traccia come la conclusiva e commovente “Losing My Direction” (un finale “a lume di candela”) fa tranquillamente chiudere un occhio.

C’è chi ha scritto che è un disco troppo derivativo e con poca personalità. Sarà ma, personalmente, non lo trovo un elemento così determinante, anche in considerazione del quantitativo di idee messe in campo (forse troppe, quello sì) che non rende l’ascolto minimamente ripetitivo. E poi, diciamocelo, uno che suona da una vita e si è sempre fatto in quattro per chiunque si sarà pure guadagnato il diritto di suonare quel cavolo che gli pare, quando e come gli pare? Io credo di sì.

Gabriele Marangoni (Metal.it)