Angarthal – Uranus And Gaia (2016)

Pubblicato il 21/07/2016 da Francesco Gallina “Raven”

C’è stato un disco uscito qualche anno fa, per la precisione nel 2005, che aveva ripropostoPino Scotto ad alti livelli all’interno di un progetto denominato Fire Trails. Quella esperienza era durata poco, ma aveva messo in luce una band composta da elementi dotati di eccellenti qualità, ognuno col suo spazio preciso. In particolare, a segnalarsi era stato il chitarrista Steve Angarthal. Il suo stile riconoscibile, i suoi licks ed i suoi arrangiamenti che erano lo scheletro dell’opera, avevano dato una forza notevole alle canzoni ed una identità precisa al disco. Dopo il prematuro split della band, il Nostro non è stato con le mani in mano, essendo stato coinvolto nel progetto Dragon’s Cave -quasi uno spin-off dei FireTrails– in quello Nothing Easy e neiFrom Mississippi to Thames, oltre a partecipare a realizzazioni altrui. Dopo queste ed altre esperienze, lo troviamo adesso alle prese con l’attività da solista con Uranus and Gaia, lavoro marchiato semplicemente come Angarthal.

La definizione di “progetto solista” riferita ad Uranus and Gaia è quanto mai calzante dato che, a parte Luca Saja (Dragon’s Cave) alla batteria e la presenza di tre ospiti che citeremo in seguito, Steve Angarthal si occupa di tutto il resto, risultando quindi accreditato come cantante, chitarrista, bassista e tastierista. Questi ultimi due strumenti sono presenti in misura QB, per usare una terminologia gastronomica. L’opera si basa su una struttura epic metal con grande spazio concesso alla melodia e sulla presenza evidente di richiami progressive, ma a venire fuori con chiarezza estrema è anche e soprattutto la formazione del chitarrista. L’educazione musicale dell’interessato fa riferimento agli anni 70 ed 80 ed all’hard rock che fu ed in parte è ancora (ma non solo, evidenti infatti anche le influenze classiche), dando vita ad un mix di stili perfettamente accostabili tra loro e legati da un lirismo di fondo che viene fuori sia dai testi che dalla musica. In particolare dalle parti prettamente strumentali. Gli argomenti trattati dalle varie canzoni riguardano la mitologia greca, quella celtica, il simbolismo biblico ed il fantasy, inserendo in questo tessuto un chiaro tributo a Ronnie James Dio, alcuni assalti prettamente metal e l’immancabile ballata. Annunciato da una splendida copertina, Uranus and Gaia è aperto da Punch, pezzo ricadente tra quelli più impetuosi e metallici, al pari di A Lie edAfter the Rain. Da questo primo brano si evince chiaramente come il Nostro se la cavi discretamente anche al microfono e, comunque, in maniera adeguata alla bisogna, cucendosi addosso un vestito musicale il più possibile adatto a lui. Dopo la piacevole spinta iniziale, èUranus and Gaia a portare il tutto in territorio ellenico, con un pezzo più arioso e raffinato -anche come arrangiamenti- nel quale le qualità da solista di Angarthal vengono fuori in maniera più vera. Morrigan ci porta invece tra i celti e ad uno stile più Fire Trails, del quale del resto Steve è stato il principale fautore. Coinvolgente il ritornello ed anni 70 piacevolmente presenti. Si sale di tono con Sailing at the End of the World, canzone nella quale l’epic con accenti oscuri la fa da padrone, coadiuvato da un heavy deciso che consente di arrivare ad un refrain più armonioso che resta subito in testa. Ancora ottimo l’arrangiamento. La strumentaleLeviathan Rising fa evidentemente parte del gruppo “biblico” e, dopo un avvio onirico, parte con un prog-heavy che sembra un Bignami delle qualità e dello stile di Angarthal. Molto classico, se volete, ma di una godibilità estrema e soprattutto di grandissimo gusto. Si ritorna ai celti conHoly Grail, canzone che sembra un altro omaggio, ma stavolta ai Thin Lizzy, e con un altro dei ritornelli da earworm permanente che il chitarrista pluripremiato sembra trovare con sconcertante facilità. Chitarra classica ad aprire Miles in the Desert, petrucciana rock-ballad strumentale soffusa e sognante che poi, ancora sulle ali di una visione sfuggente, cede il passo ad Unbroken. Il pezzo, un tributo a Ronnie Dio, funziona in quanto tale, ma non è la punta di diamante del CD. La seguente The Abyss of Death, ispirata alla novella The Sword of Shannara, scorre via ancora nel tipico stile “angarthaliano” ed è seguita subito dopo daWielders of Magic, un’altra canzone strumentale anch’essa ispirata all’opera letteraria sopracitata. Questa, molto più intensa, dopo un avvio acustico evolve in un arrangiamento heavy-prog che però si basa sempre sulla chitarra classica, dando al brano un pathos malinconico dalla cifra notevole. A Lie serve a ridare la scossa all’album con un pezzo heavy risolto con la consueta professionalità e, nemmeno a dirlo, col solito bel ritornello catchy. La parte finale di Uranus and Gaia è affidata ad After the Rain, una composizione metal quadrata impostata su tempi medi e sull’atmosfera creata dal sottofondo delle tastiere, prima di chiudere con la ballatona Losing My Direction, ancora basata su un sentimento languido e malinconico che permea molti momenti di questo lavoro. Per la cronaca, i non ancora citati ospiti sonoAngelo Perini al basso in Miles in the Desert; Mauri Belluzzo alle tastiere in Leviathan Rising e Sergio Pescara alla batteria in Wielders of Magic.

Al tirar delle somme, Uranus and Gaia non inventa nulla, ma propone un prodotto solido ed affidabile in ogni sua parte. Pezzi ben scritti, arrangiati, eseguiti e prodotti, ed un musicista ben riconoscibile che dissemina assoli sempre gradevolissimi e, soprattutto, senza mai cedere all’impulso dello shred fine a sé stesso, restando sempre al servizio del brano e mai del proprio ego. Le qualità essenziali del lavoro degli/di Angarthal sono dunque così riassumibili. Se avete apprezzato i progetti firmati in passato da Steve Angarthal, allora stimerete senza dubbio anche questo, perché Uranus and Gaia è un disco di classe e di sostanza. Romantico, elegante, aggressivo, meno propenso all’utilizzo delle tastiere rispetto a Third Moon, ma altrettanto indovinato. Citazionista in maniera dichiarata in alcuni passaggi, forse un filo troppo lungo se vogliamo, ma dal quale è difficile rimanere delusi se si apprezzano certi stili ed un certo modo di fare musica.

Voto: 77